Con la scarcerazione di Alberto Stasi per il delitto di Garlasco è emersa una importante verità sul suo carattere e comportamento.
Alberto Stasi è uscito dal carcere dopo anni di detenzione per il delitto di Garlasco. La sua scarcerazione ha portato tante reazioni, compresa quella degli altri detenuti. Ma non solo. A seguito della sua liberazione, sono emersi importanti dettagli legati al carattere e alla sua personalità, raccontati dagli educatori e dagli psicologi della struttura penitenziaria di Bollate.

Delitto di Garlasco: Stasi e gli occhi di ghiaccio
La scarcerazione di Alberto Stasi nell’ambito del caso del delitto di Garlasco e l’omicidio Chiara Poggi, come detto, ha generato fortissime reazioni. Stasi si è sempre detto innocente e ha saputo mantenere saldi i nervi in ogni momento della sua detenzione. Proprio questa “serenità” apparente è stata, in un certo senso, il suo tallone d’achille agli occhi di alcuni.
“Troppo tranquillo, troppo freddo e lucido per essere innocente” è stato il pensiero di tante persone che hanno seguito la vicenda di Garlasco. Eppure, dietro quegli “occhi di ghiaccio” si sarebbe celato un ragazzo, oggi uomo, ben diverso dalle apparenze. La conferma è arrivata dagli educatori e dagli psicologi del carcere di Bollate dove Stasi ha scontato parte della pena.
La verità degli psicologi del carcere di Bollate su Stasi
Come riferito anche dal Corriere della Sera, nelle loro relazioni gli esperti del carcere hanno esplicitamente parlato di uno Stasi estraneo “dalla costruzione personaggio mediatico”. Nel provvedimento per la sua scarcerazione è emerso un quadro molto differente legato al suo carattere, e alla sua personalità.
Stasi, in più momenti, avrebbe cercato autonomamente psicologi ed educatori nei momenti di maggiore difficoltà della sua detenzione. Lo ha fatto superando la “comprensibile iniziale difficoltà ed imbarazzo” nell’affrontare “le tematiche più intime connesse allo sviluppo psicosessuale” senza, a parere degli psicologi, “celare la fatica di approfondimento di alcuni aspetti che sembra più legata alla struttura di personalità piuttosto che ad una immaturità del percorso riabilitativo effettuato”.
Inoltre l’equipe del carcere ha evidenziato “la capacità del condannato da un lato di accettare una condanna che ritiene ingiusta (senza però vivere l’istituzione come nemica) e dall’altro, di riuscire a comprendere la gravità del reato in sé, che lo pone in un’ambivalente posizione di reo/vittima (se si considera che la parte offesa era la sua fidanzata)”.
Stasi, durante tutta la fase di detenzione, ha sempre “accettato confronti con gli operatori, ai quali ha saputo chiedere aiuto quando ne sentiva il bisogno e ai quali ha riconosciuto un ruolo educativo”. Insomma, una descrizione ben diversa dall’uomo di ghiaccio “freddo” che in molti si erano fatti di lui.